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Dopo mesi di attesa e speculazioni, arrivano i risultati finali sulla morte dell’orso marsicano rinvenuto senza vita a metà aprile a Forca Caruso, nel territorio di Ortona dei Marsi. L’animale, un maschio adulto di oltre due quintali, non è caduto vittima né di avvelenamento né di un investimento stradale, ma di un quadro clinico molto più complesso che ha avuto come epilogo un’infezione sistemica letale.

Le analisi, affidate alla Clinica veterinaria dell’Università di Teramo e all’Istituto Zooprofilattico Sperimentale, hanno fugato ogni dubbio sulla presenza di tossine nei reni e nel fegato: nessun veleno. Allo stesso modo, le radiografie hanno escluso fratture o traumi compatibili con l’impatto con un veicolo.

La necroscopia, però, ha raccontato un’altra storia. Sul corpo dell’orso erano presenti graffi e morsi, tracce di un probabile scontro con un suo simile. Non solo: le indagini radiografiche hanno evidenziato anche la presenza di pallini da caccia, quelli utilizzati per l’avifauna. Ferite non mortali, ma che confermano ancora una volta come il bracconaggio resti un problema che incombe sulla sopravvivenza della specie.

La vera causa del decesso è stata invece un’infezione setticemica, ovvero la diffusione di batteri nel sangue con conseguente shock sistemico. A causa dello stato avanzato di decomposizione della carcassa non è stato possibile identificare con certezza il patogeno responsabile, ma gli esperti concordano: a stroncare l’orso è stato un insieme di condizioni sfavorevoli, culminate nell’infezione letale.

Il Parco nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise, rendendo noti i risultati, ha ribadito un punto fermo: “Non c’è stato veleno, non c’è stato investimento, non ci sono state ferite da arma da fuoco sufficienti a uccidere l’animale. Ma resta grave la constatazione che qualcuno continui a sparare agli orsi marsicani, patrimonio prezioso e fragile del nostro territorio”.
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